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venerdì 9 giugno 2017

Tra le mail di Vito Acconci

Risultati immagini per Vito Acconci

Vito Acconci. (24 gennaio 1940, 27 aprile 2017), uno degli artisti, poeti e architetti statunitensi culturalmente più influenti degli anni '70 – ’80 è deceduto nella sua New York, lasciandoci un insieme complesso di opere e ricerche inquiete e interrotte da una perenne fuga. 

Anticipò molto di ciò che sarebbe stata l’arte e l’architettura dei nostri giorni.


2012. Ero arrivato da poco a New York per realizzare ricerche sull'architettura degli anni 60', 70', 80'. Smarrito, senza amici né contatti accademici, erravo tra biblioteche comunali. I miei unici rapporti umani erano spesso i senza tetto che vi soggiornavano facendo finta di leggere per riposarsi all’asciutto, in una sedia comoda. Era uno dei periodi intellettualmente più intensi della mia vita e nel contempo uno dei più duri. 

In un caldo luglio, dopo una giornata di ricerca, un'ora di metropolitana e una cena a base di bagel, rientrai a casa. Inviai un rapporto ai miei professori: la ricerca, che stava andando lentamente; gli articoli che avevo scritto e che non erano stati pubblicati; la battaglia per salvare il Memoriale di Primo Levi ad Auschwitz, che sarebbe stato distrutto da lì a poco, e la traduzione di un testo inedito di Aldo Rossi che non sarebbe mai stato pubblicato per problemi di diritti d'autore. 

Una lista di sconfitte. Alle mie mail non rispondeva nessuno a quell'ora per motivi di fuso orario. Eppure, quella sera, dopo pochi minuti, una risposta arrivò. La mail era di un certo Vito Acconci. Vito Acconci?!? Per un misterioso motivo l'indirizzo elettronico di Acconci, che avrei voluto intervistare per il dottorato, e che avevo messo nella scheda “importanti da contattare”, era finito per errore tra quelli del mio invio.

Mi dissi che si trattava di una risposta automatica. No. Era proprio Vito Acconci. Mi ringraziava per la mail. Spiegava che, seppur dal nome e origini italiane, non parlava quella lingua, ma che tra le linee aveva capito abbastanza del mio messaggio al punto da  incuriosirlo e chiedermi elucidazioni. Voleva che gli traducessi un po' dei miei testi e che c'incontrassimo per parlargli delle mie ricerche. Quello fu il primo rapporto con quello che – lo capì più tardi - è la generosa intellighenzia newyorkese. Per certi versi il mio dottorato cominciava difatti quel giorno.

Iniziò così un rapporto epistolare in cui, poco a poco, ci aprivamo parlando dei nostri reciproci problemi. Mi parlò della sua infanzia da figlio unico al Bronx, delle sue origini italiane, delle difficoltà del suo studio. “Ora lo studio è in una situazione finanziaria grave e quasi inattivo: ovviamente io non voglio che rimanga così. Devo fare di tutto per riportarlo a quello che potrebbe essere.”

Figlio dei fertilissimi Stati Uniti del post-68', Vito Acconci fu uno dei predecessori dei caratteri propri dell'arte e dell'architettura di oggi. Fu tra i primi a mescolare, senza frontiere definite, arte, poesia, multimedia, auto-referenzialità, multidisciplinarietà, critica, teoria, caos, provocazione, pornografia, sé stesso e lo spettatore. Una crisi perpetua, cortocircuiti espressione di un mondo caotico, interconnesso. 

Perfezionista cronico, malato di pessimismo, vedeva in ogni cosa il suo aspetto più negativo, problematico, vivendo una costante ansia, ma nel contempo, anche una rivoluzione permanente. In un video, Centers (1971), Acconci si filmò puntando il dito, per 20 lunghi minuti, il centro di una televisione, cioè il centro di una telecamera, ergo, lo spettatore.

Un anno dopo, poco più, poco meno, nell’aprile 1972, una delle riviste d’architettura all’epoca più dinamiche e influenti, attenta ai contesti radicali internazionali, «Domus» (numero 509), esprimeva la tensione culturale di quella generazione in una copertina straordinaria realizzata dagli architetti radicali 9999. La cupola brunelleschiana, a colori, volante tra i rami di un bosco quasi metafisico, ma forse semplicemente fotocopiato con una Olivetti “Copia 105”. Nel sottobosco, una folla di giovani laureati in un’università conservatrice anglosassone, vestiti con le tipiche cappe clause, circondati da super computer, (forse degli Olivetti?), con alcuni uomini “normali” che lavorano. 

Una finestra, un quadrato, un’immagine degna di “2001 Odissea nello Spazio”, raffigurante un mondo migliore, inquietantemente verde, con giovani, un po’ hippies, un po’ contestatari, un po’ alternativi “normali”, seduti nell’erba utopico-tecnologica, con adiacente ritorno alla natura. Il numero era dedicato alle polemiche legate al piano regionale di Emilio Battisti, Edoardo Detti e Vittorio Gregotti, e alla controproposta dei fiorentini radicali Archizoom. Un numero, cui partecipava anche la critica Lara Vinca Masini, che presentava una serie di progetti dell’architettura d’avanguardia italiana di quegli anni: una rassegna sui gruppi avanguardisti fiorentini, il gruppo Studio 65, le sedie indossabili di Gianni Pettena, la mostra “Vita, Morte e Miracoli dell’Architettura” dei Superstudio e 9999, realizzata nella discoteca Space Electronic di Firenze. 

E un Germano Celant che firmava un articolo su un ancora poco noto Vito Acconci, uno dei pochi non italiani presnti in questo numero 509. Opera, quella acconciana, che inaugurò il primo numero della mitica rivista October (1976), con un articolo di una critica e artista interdisciplinare, visionaria, anch’essa d’importanza capitale per la cultura statunitense, Rosalind Krauss, scrisse un articolo su Acconci, dal titolo emblematico: “Video: L’Estetica del Narcisismo”. Krauss spiegava come il gesto di puntare il dito verso lo schermo (uno specchio) avesse una qualità parodica, con un debito all’ironia duchampiana.

Nel contesto fertile della New York degli anni '70, tra crisi economica, sociale e politica, tra artisti come Gordon Matta Clark, l'Istituto per l'Architettura e Studi Urbani, architetti come Peter Eisenman, di cui amico, ma anche Raimund Abraham e Kenneth Frampton, in una tensione tra critica, politica, arte, architettura, Acconci decise di dedicarsi all'architettura verso gli inizi degli '80, fondando nel 1988 il collettivo Acconci Studio, con artisti e architetti.

Vito rifiutava ossessivamente il bollino d'artista (“Non ho mai amato l'arte!”) e  quello d'architetto. Per Acconci, in modo del tutto contemporaneo, non vi erano distinzioni tra queste due arti e insisteva sul parlare dell' “oggi, ora, adesso”, del progettista di spazi, e non del passato artistico-performativo-poetico. La sua carriera d'architetto gli diede meno successo, malgrado progetti di grande interesse. 

Un riconoscimento che la società, i musei, le università non gli diedero, e questo perché in pochi capiscono come l'opera architettonica e artistica di Acconci sia frutto di una stessa ricerca. Vito entrò a far parte, suo malgrado, di una certa scuola detta “parametrica”, in cui nuove curve e forme complesse erano possibili grazie all'uso dei computer. Più che una moda, Vito Acconci seguì una possibilità di crisi per l'architettura, unendo energie, persone, sistemi. Non è un caso se, sul suo sito, vi sono prima di tutto i nomi dei tanti che hanno lavorato con lui, una cosa poco vista tra i grandi nomi dell'architettura.

Ci scrivevamo. Io, deluso dalla precarietà e dall'università italiana, dalla borsa di studio che non bastava ad arrivare a fine mese, senza mai sottolineare le vittorie, ma valorizzando sempre le sconfitte. Lui, che malgrado una vita di opere, pubblicazioni, mostre, dal MOMA ai grandi musei europei, era tormentato dall'assenza di riconoscimento come architetto. Entrambi riempivamo, a colpi di mail, il bicchiere mezzo vuoto dell'altro. “I problemi vanno e tornano. Ma le idee restano. Le tue idee sono nella storia” gli scrissi. 

Lui, in una mail indimenticabile, m'incoraggiò dicendomi “Sono interessato a quello che stai facendo; non so perché e non so con esattezza come lo stai facendo, ma vorrei scoprirlo”.

Entrambi caotici e bulimici d'idee, di vita, tra troppe cose da fare, troppi appuntamenti, viaggi e urgenze d'ultima ora, tipici del disadattamento alla contemporaneità, di chi fatica il doppio per poter fare qualcosa che altri possono fare in modo più lineare, non riuscimmo mai a vederci. E, dopo un po', abbiamo smesso di scriverci e non l'ho mai intervistato per la mia tesi di dottorato, non ne avevo più bisogno. Una delle ultime frasi che mi scrisse fu “we can find time, make time” (possiamo trovare tempo, fare tempo) per incontrarci. Ma non lo trovammo. È un'espressione, però, quella del fare del tempo, che mi è rimasta. È la parte di Vito che è rimasta nel mio linguaggio e che uso anche in italiano. Lui, Vito, il tempo lo faceva, e lo fece, con la sua opera. 

Fece arte d’avanguardia, ma non si trasformò in “artista contemporaneo”, non ne fece un mestiere, come non fece il “mestiere dell’architetto”, bensì, fece architettura. Arte e architettura, cultura, dibattito, comprensione del mondo. Ciò che dovremmo fare tutti, senza bollini e senza compartimentazioni. Nel gesto di puntare lo schermo di una TV,

Acconci spiegava che cessò di fare quello che altri chiamano arte ma che per lui erano semplici esplorazioni, quando comprese che ciò che lo interessava erano i materiali del quotidiano. Diceva che se un cambiamento può avvenire attraverso la nostra opera (di artisti, architetti, ecc.) tale cambiamento avrebbe potuto avvenire non contemplando qualcosa o qualcuno (l'artista, l'opera d'arte) bensì usando qualcosa, essendo nel mezzo di qualcosa. 

Un qualcosa che dev'essere pubblico, non privato, né semi-privato, altrimenti non si arriva al carattere pubblico. E questo, quei senza tetto, nelle biblioteche di New York, lo capivano bene.

Gregorio Carboni Maestri, Ph.D.
AEX, assistant chargé d'enseignement: atelier BA1 | Horaires de cours, ULB, Campus du Solbosch à 1050 Ixelles, Square Groupe G, Bâtiment U, 6ème étage (UA6) | Mardi : 10h-14h00 | Vendredi : 10h00-17h00

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